Sull’antica tavola di bronzo, qui riportata, erano annotati in sequenza i giorni dell’anno suddivisi in 12 mesi così ripartiti: 7 mesi da 30 giorni e 5 da 29, per un totale di 355 giorni ed una media di 29,58 giorni per mese.
Questa suddivisione si deve al fatto che il calendario celtico tradizionale era un calendario lunare, cioè assumeva come suddivisione fondamentale il ciclo delle fasi lunari o “mese sinodico” (ricordiamo che la sua durata dipende dalla velocità della Terra intorno al Sole, e il fatto che quest’ultima varia compatibilmente alla seconda legge di Keplero provoca la sua variazione da una durata minima di 28 giorni a un massimo di 31, con una durata media di 29,53); i suoi 12 mesi, i cui nomi erano Samonios (30 giorni a partire dalla prima metà di Novembre), Dumannios (29), Rivros (30), Anagantios (29), Ogronios (30), Cutios (30), Giamonios (29), Simivisonios (30), Equos (30), Elembiuos (29), Edrinios (30), Cantlos (29), venivano fatti iniziare al primo quarto di Luna ed erano suddivisi non in settimane, come per noi, ma ciascuno in due parti, di cui la prima era di 15 giorni e la seconda, che aveva inizio all’ultimo quarto dello stesso ciclo lunare, aveva una durata di 14 o 15 giorni.
Nel calendario di Coligny le due quindicine sono separate dalla dicitura Atenoux, cioè “luna nuova” o “ritorno al buio” o “rinnovamento” (in quanto, mentre la prima conteneva la fase di luna piena, nella seconda era inclusa quella di luna nuova). I mesi di 30 giorni era ritenuti Mat, o fortunati, quelli di 29 giorni erano Anmat o Ambilis, ovvero infausti.
La differenza di durata tra l’anno lunare celtico e l’anno solare di 365,2 giorni determinava la necessità di un adeguamento del calendario, che veniva effettuato aggiungendo un mese ulteriore di 30 giorni ogni 30 mesi sinodici lunari. Ad una approfondita analisi questa scelta pare grossolanamente approssimativa anche tenendo conto dell’aggiunta resa necessaria dal fatto che i mesi del calendario celtico non iniziavano con la luna nuova, ma con la luna al primo quarto (sarebbe stato meglio semmai, aggiungere un mese “corto” di 29 giorni ogni 30 lunazioni); tuttavia è difficile pensare che i druidi, noti come profondi conoscitori della matematica pitagorica e dell’astronomia, avessero compiuto un simile errore.
Una possibile via d’uscita da questa questione ci viene allora fornita da una frase della “Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio, in cui si fa riferimento all’antichissimo rituale celtico della raccolta del vischio: «È poi questo (il vischio) molto raro a trovarsi e una volta trovato è raccolto con gran pompa religiosa e innanzi tutto al sesto giorno della Luna, che segna per questi gli inizi dei mesi, degli anni e dei secoli, che durano trenta anni, giorno scelto perché la Luna ha già tutte le sue forze senza essere a metà del suo corso».
Il sesto giorno della Luna corrisponde all’avvento della fase di primo quarto, scelta come inizio dei mesi, degli anni e di un ciclo più lungo della durata di 30 anni, che Plinio chiama saeculum.
Intorno alla scelta di questo periodo si discute ancora; di certo se non vi fossero altre correzioni oltre a quelle già citate, alla fine di un “secolo” celtico lo sfasamento tra il calendario lunare e il ciclo solare sarebbe notevole, e del resto uno dei principali problemi del calendario celtico era lo scorrimento progressivo dei mesi rispetto alle stagioni. Però il fatto che nel calendario di Coligny accanto a tutti i giorni dei mesi aggiuntivi sia annotato il nome di uno dei 12 mesi nella loro esatta successione, e che vi sia anche una fila di fori in cui potevano essere inserite delle asticelle, utili probabilmente ad eseguire un conteggio, ci dice che forse quel lungo periodo era stato scelto perché al suo interno con una opportuna strategia computazionale, peraltro ancora ignota, si potesse ricondurre l’inizio dell’anno celtico all’inizio del ciclo solare.
Ma c’è è dell’altro: la Luna era, dunque, astro di primaria importanza per i Celti (molti popoli di origine celtica festeggiavano divinità particolari oppure si riunivano per prendere decisioni importanti durante il plenilunio). Perciò i druidi si dedicarono anche allo studio del fenomeno delle eclissi e alla sua periodicità (in particolare alla determinazione della periodicità delle eclissi, le uniche che allora si potessero studiare compiutamente, dal momento che le eclissi di Sole possono essere viste soltanto in una parte ridotta della superficie terrestre).
Oggi sappiamo che esistono 4 tipi di periodicità delle eclissi di luna (ad ogni periodo si ripete un tipo particolare di sequenza cronologica di eclissi). Uno di questi 4 periodi, l’Inex, ha la durata di 358 lunazioni, circa 30 anni celtici: esso potrebbe essere il saeculum druidico.
APPROFONDIMENTO:
Il Calendario di Coligny e la misura del tempo presso i Celti - di Adriano Gaspani
Atti del XIX Congresso Nazionale di Storia della Fisica e dell'Astronomia
BIBLIOGRAFIA:
Libri:
Caitlin Matthews: I Celti, una antica tradizione europea - Ed. Xenia.
G. Romano: Orientamenti ad sidera - Ed. Essegi.
Articoli da “l'Astronomia”:
Novembre 1995, Adriano Gaspani: Il cielo nelle monete celtiche, pag. 24.
Novembre 1997, Adriano Gaspani e Silvia Cernuti: Trinvxtion Samoni Sindivos, pag. 27.
Immagine:
Frammento del calendario d’epoca gallica trovato a Coligny (Francia) relativo al mese di Samionios




